Il primo giorno di scuola del 2020

Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta, e come sempre condivido con voi i miei sentimenti e le mie emozioni da primo giorno di scuola. Abbiamo vissuto un anno difficile, tante cose ci hanno messo alla prova e ne siamo usciti in piedi ma con le ossa un po’ rotte…

Marco ha ritrovato i suoi amici, le maestre e la sua aula. Era emozionato ma sapeva (più o meno) cosa aspettarsi. Alessio invece ha iniziato la scuola primaria in un altro paese, senza nessun amichetto dell’asilo e con un grande punto di domanda davanti. Non sapevamo cosa aspettarci, non abbiamo nemmeno mai visto le maestre perché non è stata fatta nessuna riunione conoscitiva. Era tutto un po’ buttato allo sbaraglio e abbiamo affidato il nostro cucciolo con il cuore in mano, pieno di emozione.

Non temevamo niente per Alessio, certo è difficile per un bambino fare un salto del genere ma ha una gran resilienza e sa come affrontare le situazioni. È sensibile e coraggioso, un po’ timido ma sono sicura che entro qualche giorno saprà farsi qualche amichetto.

Andando verso la macchina siamo passati davanti all’asilo, e mi sono ricordata del primo giorno di scuola dell’infanzia di Marco, bambino autistico a cui, tra le altre cose, era appena nato un fratellino. E gli stavamo chiedendo di stare in un posto sconosciuto insieme a persone mai viste. Per mesi le maestre me lo hanno strappato di dosso mentre urlava disperato. Dio solo sa la quantità di lacrime che ho pianto.

Non riesco nemmeno ad immaginare cosa stiano passando adesso i genitori di bambini nello spettro autistico con tutte le restrizioni che ci sono, senza poter entrare in asilo, senza poter parlare con le maestre, senza che ci sia un vero contatto e una condivisione. La parte fondamentale è stato il contatto, i colloqui, i momenti passati a parlare per trovare le strategie giuste, i materiali condivisi. Come si fa adesso? Come si può fare inclusione? È possibile chiedere ancora di più a queste famiglie?

O sarebbe ora di dare di più a queste famiglie?

Ho letto di bambini disabili invitati a tornare a casa perché mancano le insegnanti di sostegno. Ecco, ora vi spiego cosa significa riportare a casa un bambino autistico.

Quasi sicuramente i genitori hanno impiegato dei giorni a preparare il proprio figlio al ritorno a scuola con storie sociali, spiegazioni, modifiche all’agenda visiva. Lo avrà coinvolto nel preparare il materiale, lo avranno scelto insieme. Avrà calmato parecchi meltdown e avrà cercato di tenere a freno l’entusiasmo incontenibile per il ritorno a scuola. E magari avrà organizzato il caffè con l’amica che aspettava di prendere da 7 mesi.

Sapete come si sentiranno? Umiliati.

Non c’è altra parola per descrivere cosa si provi in queste situazioni. Perché non è rabbia, e nemmeno frustrazione. È un peso sullo stomaco, un senso di nausea. Un nodo alla gola che non ci si può nemmeno permettere di sciogliere ma si deve trattenere, perché piangere davanti al proprio figlio non è giusto, né possibile. Gli si deve parlare col sorriso e proporgli qualcosa che possa consolare quegli occhi che si sono spenti. Perché loro la capiscono l’umiliazione, l’ingiustizia, la tristezza di essere considerati diversi. Forse non lo sanno esprimere, ma sentono tutti questi sentimenti, ve lo assicuro.

Quanto ancora dovremo sopportare?

Buon primo giorno di scuola, come ogni anno, non all’altezza di una tanto decantata scuola inclusiva.

 

 

 

Immagine di copertina by pixabay

Informazioni su unafamigliablu

Donna, moglie e mamma piena di (non sempre) brillanti idee che propongo con entusiasmo a tutta la famiglia. Testarda, caparbia e inguaribile ottimista, credo davvero che ci sia sempre un lato positivo in tutto quello che ci succede e cerco sempre di trasformare le difficoltà in opportunità di crescita.
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